LUNIK 9

Gilberto Gil
Philips Records
1967

Ho ricevuto la notizia dell’atterraggio – morbido, secondo alcune valutazioni –  sulla luna del Lunik 9 con orgoglio e attenzione: stavamo conquistando lo spazio, ma a cosa ci avrebbe portato? E in questo pensare, non ero solo un cittadino che speculava, ma anche un artista, con il senso di responsabilità che si deve a chi è la voce della società e della storia. Per questo motivo, sentivo la necessità di parlare dell’argomento, coadiuvata da un senso di competizione. Tra noi artisti c’era una disputa olimpica. “Probabilmente qualcuno scriverà una canzone sull’argomento, meglio che ne faccio io una subito”, ho pensato.

A mim me resta disso tudo uma tristeza só
Talvez não tenha mais luar
Pra clarear minha canção
O que será do verso sem luar?
O que será do mar
Da flor, do violão?
Tenho pensado tanto, mas nem sei

GILBERTO GIL

Lunik 9 – una suite con vari ritmi e atmosfere, infarcita di narrazioni, riflessioni e avvertimenti – è una canzone pretenziosa se si pensa al numero di informazioni che avevo sull’argomento, ma è interessante anche per questo: perché volgarizza, divulga, traduce in un linguaggio semplice un tema in principio complesso. In questo senso, se comparata ai canoni dell’epoca, è una canzone apocrifa – nonostante la bossa nova avesse già dato una certa apertura verso certi temi e termini (si pensi alla Rolleiflex). Allo stesso tempo, è una canzone iniziatica per il mio lavoro, per il quale la questione del mistero del cosmo è diventata una guida maestra.

Ad ogni modo, se si pensa all’evento che ispirò il brano, Lunik 9 presentava un contrappunto conservatore, una attitudine ecologico-reattiva, una paura esagerata nei confronti della tecnologia e di quello che faceva presagire la possibilità della fine dello stesso chiaro di luna, della luce interiore della luna. All’epoca fui felice di averla scritta, ma nel periodo tropicalista la canzone mi sembro stupida, ingenua. Oggi, invece, credo rilevante quello che mi è successo: l’ispirazione nacque da una profonda presa di coscienza del senso tragico del mio tempo.

Una cosa divertente è che mentre scrivevo il verso a mim me resta disso tudo uma tristeza só /a me resta di tutto questo una sola tristezza, pensavo ad Orlando Silva. Il verso era una difesa parziale di un mondo – romantico – che io identificavo con Orlando Silva, simbolo e canto di un altro tempo, anteriore al mio e alla stessa bossa nova.

FONTE: GILBERTO GIL – TODAS AS LETRAS (A CURA DI CARLOS RENNÓ)